LA MENZOGNA DEL RICICLAGGIO

DiOld Hunter

23 Dicembre 2025
Il logo del riciclo è ovunque, su ogni prodotto, ogni cestino, ogni manifesto. Eppure le nostre città, le nostre campagne e i nostri mari sono disseminati di rifiuti. Ricicliamo continuamente, e la spazzatura è ovunque. C’è qualcosa di marcio nello stato in cui si trova la spazzatura.

di Nicolas Degroote, revue-elements.com, 23 dicembre 2025   —   Traduzione a cura di Old Hunter

Secondo i dati ufficiali, il francese medio getta via 360 chili di rifiuti ogni anno. Un chilo a persona al giorno, di cui il 40% viene riciclato. Potremmo fare di meglio: i tedeschi riciclano circa il 60% dei loro rifiuti. Sta a ciascuno di noi essere un eco-cittadino responsabile, ed entreremo in un’economia circolare in cui non avremo più bisogno di estrarre materiali, un mondo senza miniere, discariche o inquinamento, un mondo con risorse illimitate – in breve, una terra dell’abbondanza.

Questi dati ufficiali sono perfettamente accurati e fuorvianti, perché questi 360 chili di rifiuti domestici pro capite all’anno rappresentano solo una frazione dei nostri rifiuti totali. Se aggiungiamo i rifiuti inviati ai centri di riciclaggio, la cifra sale a 600 chili all’anno. Se aggiungiamo tutti i rifiuti generati durante la produzione dei beni prima ancora che vengano consumati e scartati – il che ci dà l’impronta materiale complessiva – arriviamo alla vera massa di rifiuti: 12 tonnellate pro capite all’anno. Ogni chilo gettato via è quindi solo la punta dell’iceberg. Per ogni chilo di rifiuti domestici, dobbiamo aggiungere 20 chili invisibili, ma molto reali.

Produrre una maglietta genera 7 chili di rifiuti, per lo più residui di carbone bruciato – il tessuto è prodotto in Asia – sottoprodotti tossici e non riciclabili. Anche un singolo pomodoro industriale, del peso di pochi grammi e gettato in un compost, porta con sé l’intero processo produttivo (macchinari, fertilizzanti, energia, trasporti), generando enormi quantità di rifiuti. Il totale diventa ancora più significativo se si considera l’impronta ecologica complessiva: ogni anno vengono estratte 100 miliardi di tonnellate, equivalenti all’incirca a un muro largo 10 metri e alto 275 metri che circonda la Terra ogni anno. Di questa massa, il 30% è riciclabile e solo il 9% viene effettivamente riciclato.

Questa massa di rifiuti continua a crescere. Prevediamo un aumento del 70% entro il 2050 e si prevede che la quantità di plastica presente solo negli oceani triplicherà entro il 2040. Produciamo sempre più rifiuti e la maggior parte di essi non viene riciclata, ma persiste e si accumula. Questa situazione schiacciante porta a una domanda cruciale: se in realtà ricicliamo così poco, meno del 10%, è dovuto a fattori ciclici – il riciclaggio è mal organizzato – o a problemi strutturali? I limiti del riciclaggio sono strutturali per tre motivi.

I limiti strutturali del riciclaggio

Innanzitutto, per ragioni fisiche. Conosciamo tutti la famosa formula di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Ciò che è meno noto è che questa formula è falsa. La legge dell’entropia, la seconda legge della termodinamica, stabilisce una perdita inevitabile: è impossibile riciclare il 100%. L’alluminio viene riciclato senza problemi, eppure riciclando una lattina non se ne produrrà mai un’altra. Allo stesso modo, i tessuti usati vengono trasformati in stracci di scarsa qualità e non riciclabili. Gli imballaggi di cartone diventano carta igienica, che non è riciclabile. Le bottiglie di plastica diventano il tessuto chiamato pile, che non è riciclabile. Quello che chiamiamo riciclaggio non è un ciclo infinito, ma un riutilizzo per un numero limitato di volte. Per finire, il riciclaggio è un’industria che, come tutte le industrie, consuma energia – molto calore viene utilizzato per il riciclaggio – e genera rifiuti finali non riciclabili.

D’altro canto, ci sono ragioni tecniche. Più un prodotto è tecnologicamente avanzato, più è difficile da riciclare: miniaturizzato, contenente innumerevoli materiali in quantità minime e costantemente rinnovato, il che impedisce la creazione di catene di riciclo industriali. I vecchi calzini di cotone sono facilmente riciclabili, ma non i calzini antitraspiranti contenenti alluminio e fibre sintetiche. Il progresso tecnologico non migliora il riciclo, ma anzi lo riduce: più innoviamo, meno ricicliamo.   

Infine, ci sono ragioni economiche. La crescita economica richiede sempre più beni, sempre più effimeri grazie alla moda, all’obsolescenza programmata e all’innovazione. Tutto ciò genera sprechi: la curva del PIL e la curva dei rifiuti sono correlate. La globalizzazione esacerba questo fenomeno: per produrre a basso costo, la produzione avviene lontano, il che significa trasporto e imballaggio. Ma mentre moltiplica gli sprechi, la crescita limita il riciclo. Gli esperti non parlano di “riciclo” come tutti gli altri, ma di “recupero dei rifiuti”: questo dice tutto. Si tratta di trasformare i rifiuti in risorse. Considerandoli una merce con valore, sono sottoposti alla legge delle merci, la legge del profitto. Il recupero è quindi possibile solo se il costo dei materiali riciclati è uguale o inferiore al costo dei materiali nuovi. L’oro è riciclato al 99%. Il litio, che è praticamente senza valore, è riciclato solo all’1%, sebbene sia presente in tutte le batterie. Il riciclo non è un approccio ecologico; È un altro modo di estrarre materiali, trattando la città e i suoi rifiuti come una miniera da sfruttare solo entro i limiti rigorosi della redditività economica. Il riciclaggio non riduce l’estrazione, anzi la aumenta.

I ricchi scaricano i loro rifiuti sui poveri

Riassumiamo. Contrariamente a tutta la retorica, contrariamente a quell’onnipresente piccolo logo verde, ricicliamo pochissimo, meno del 10% del nostro impatto ambientale complessivo. La quantità già fenomenale di rifiuti prodotti continua a crescere. Ciò non è dovuto principalmente a incompetenza politica o negligenza individuale; è legato a cause strutturali, fisiche, tecniche ed economiche. La società dei consumi genera sempre più rifiuti di quanti ne possa riciclare, fingendo di riciclare per far sentire meno in colpa i consumatori. Questi rifiuti si accumulano ovunque: nelle discariche, nell’aria quando vengono inceneriti, negli oceani, nei nostri polmoni, nei nostri capelli, nelle nostre cellule. Tutto viene devastato, persino lo spazio, dove orbitano 150 milioni di oggetti diversi – satelliti obsoleti, componenti di razzi, detriti.

Questo accumulo di rifiuti solleva questioni etiche, poiché i ricchi scaricano i loro rifiuti sui poveri, soprattutto in Africa. Non c’è da stupirsi che lascino le loro terre inquinate per venire da noi. L’accumulo di rifiuti pone anche problemi di salute: l’inquinamento dell’acqua e dell’aria causa 11 milioni di morti all’anno, equivalenti al numero medio di vittime della Seconda Guerra Mondiale (60 milioni di morti in 5 anni). Infine, crea problemi estetici sotto gli occhi di tutti. Ogni giorno il nostro mondo diventa un po’ più una discarica, grazie alla ricerca divina della crescita economica. Il vitello d’oro si crogiola nella sua stessa sporcizia.

Lo spreco è quindi un potente rivelatore della realtà concreta che le belle parole del riciclo nascondono. Mostrami la tua spazzatura e ti dirò chi sei. Il verdetto è inequivocabile: il capitalismo, con la sua produzione industriale, la sua società dei consumi e la sua insaziabile sete di profitto, ha come rovescio della medaglia un accumulo sempre crescente di rifiuti. Ciò plasma un mondo ingiusto, insalubre e brutto. Se non ci piace particolarmente rovistare nella nostra spazzatura, è anche perché ci ricorda che non possiamo perseguire contemporaneamente virtù e crescita, amare la natura e l’innovazione, desiderare bellezza e reindustrializzazione. Tutti i piccoli loghi verdi virtuosi del mondo non cambieranno questo: il mondo del denaro è un mondo di spazzatura.

NB: I dati qui forniti provengono da ricercatori riconosciuti provenienti da istituzioni pubbliche e ONG autorizzate: J. Cavé (IRD) e YP. Tastevin (CNRS), La civiltà dei rifiuti ; N. Gontard (INRAE): Plastica, la grande spazzatura; F. Berlingen (Rifiuti zero): Riciclo, il grande fumo negli occhi; rapporti Systex.

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